PIWI, il nuovo mondo delle varietà resistenti
piwi

Avete mai sentito parlare di vini da varietà Piwi? Noi ci siamo davvero appassionati a questa
realtà e vogliamo spiegarvi il perché.

La storia

Piwi è l’acronimo del termine tedesco Pilzwiderstandsfähig che significa letteralmente “viti resistenti ai funghi”. Nonostante il nome, gli studi e gli sviluppi di queste varietà risalgono alla Francia di fine Ottocento, per poi estendersi a Germania, Svizzera, Italia e Austria.

Le ricerche nascono dalla volontà dei viticoltori di trovare risposte efficaci alle malattie che stavano distruggendo i vigneti all’epoca – con particolare attenzione alla fillossera della vite, che in quel periodo era dilagata senza controllo distruggendo le coltivazioni. L’idea fu quella di combinare la qualità impareggiabile delle viti europee con la resistenza delle viti americane, naturalmente immuni agli attacchi di molte malattie fungine.
Inizia così un lungo percorso di ricerche che arriva fino ai giorni nostri.

Parliamo di incroci, quindi, ma se la vostra mente vi porta al termine OGM fate un passo indietro: stiamo parlando di incroci naturali effettuati tramite impollinazione e selezione in vigna di semi e piante. L’unione delle diverse varietà ne genera una nuova, con natura e specificità uniche, non un organismo geneticamente modificato.

Il mondo Piwi viene ancora visto come una novità nel panorama vitivinicolo del nostro paese e, ad oggi, sono solo alcune le regioni ad aver intrapreso la loro coltivazione. I Piwi hanno un patrimonio genetico del 95% di Vitis Vinifera e diversi fattori di resistenza naturale alle malattie.
In Italia abbiamo 34 varietà iscritte al Registro Nazionale delle Varietà di Vite.

Piwi è anche un marchio registrato protetto da un’associazione internazionale, la Piwi International, fondata nel 1999 in Svizzera dal Dottor Pierre Basler. L’associazione si pone come obbiettivo lo scambio di conoscenze scientifiche e pratiche nel settore dei vitigni resistenti ai funghi.

Le Uve

In Italia sono le regioni a legiferare su questo tema.

La coltivazione dei Piwi è ammessa in Trentino Alto Adige, Veneto, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Emilia Romagna, Marche e Abruzzo. Lazio, Campania e Puglia sono in fase di autorizzazione alla coltivazione.

Ecco l’elenco delle uve ammesse.
A bacca bianca: Bronner, Cabernet Blanc, Charvir, Fleurtai, Helios, Kersus, Johanniter, Muscaris, Palma, Pinot Iskra, Sauvignon Kretos, Sauvignon Rytos, Sauvignon Nepis, Solaris, Soreli, Souvignier Gris, Valnosia.
A bacca nera: Cabernet Carbon, Cabernet Cortis, Cabernet Eldos, Cabernet Volos, Cabertin, Julius, Merlot Khorus, Merlot Kanthus, Nermantis, Pinotin, Pinot Kors, Pinot Regina, Prior, Regent, Sevar, Termantis, Volturnis.

Sostenibilità in vigna

I Piwi sono generalmente coltivati in regime biologico.
La loro naturale resistenza permette infatti di ridurre in modo drastico gli interventi in vigna e l’uso di pesticidi che, seppur ammessi dai disciplinari di produzione, contribuiscono a peggiorare l’ambiente che ci circonda. Inoltre si risparmiano energia ed emissioni di CO₂, che verrebbero utilizzate nella produzione di pesticidi e nell’applicazione di questi agenti in vigna. Il risultato è un riduzione dei costi del motore e del carburante nei vigneti, di cui beneficiano sia i viticoltori che i consumatori attenti all’ambiente.

Va comunque ricordato che la resistenza varia in base al vitigno ed è quindi fondamentale l’apporto dell’agronomo in vigna: solo attraverso una profonda conoscenza del terreno e delle condizione pedo climatiche di una determinata zona si potrà selezionare la varietà Piwi ideale per produrre un vino di qualità e sensibile all’ ambiente.

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